Vittorio Storaro (Roma, 24 giugno 1940) è il direttore della fotografia italiano più premiato e influente del cinema contemporaneo. Tre Premi Oscar, una collaborazione leggendaria con Bernardo Bertolucci e una filosofia della luce che ha cambiato il modo di girare i film: per Storaro la fotografia non è un servizio tecnico, ma la scrittura stessa del film.
In breve
- Vittorio Storaro è nato a Roma il 24 giugno 1940, figlio di un proiezionista del cinema.
- Ha studiato fotografia dall’età di 11 anni e si è diplomato al Centro Sperimentale di Cinematografia.
- Ha vinto tre Oscar per la migliore fotografia: “Apocalypse Now”, “Reds” e “L’ultimo imperatore”.
- Ha legato il suo nome a Bernardo Bertolucci, Francis Ford Coppola, Warren Beatty e Woody Allen.
- È uno dei soli tre direttori della fotografia viventi ad aver vinto tre volte l’Oscar nella sua categoria.
Gli inizi: dal proiezionista al Centro Sperimentale
Storaro è cresciuto dentro il cinema in senso letterale: suo padre era proiezionista presso gli stabilimenti Lux Film di Roma. A 11 anni ha iniziato a studiare fotografia e a 18 è entrato al Centro Sperimentale di Cinematografia, la scuola nazionale di cinema italiana, dove è stato uno degli allievi più giovani di sempre. A 20 anni era già assistente operatore e in breve è diventato operatore di macchina: il più giovane della storia del cinema italiano, secondo le biografie a lui dedicate.
Il primo film da direttore della fotografia è “Giovinezza, Giovinezza” (1968), ma la svolta arriva con Bernardo Bertolucci: “Strategia del ragno” (1970) e “Il conformista” (1970) aprono una collaborazione che durerà decenni e che ridefinirà il ruolo del direttore della fotografia nel cinema moderno.
Bertolucci, Coppola e i tre Oscar
Con Bertolucci, Storaro firma alcuni dei film più belli della storia del cinema: “Ultimo tango a Parigi” (1972), “Novecento” (1976), “La luna” (1979), “L’ultimo imperatore” (1987), “Il tè nel deserto” (1990) e “Piccolo Buddha” (1993). Con Francis Ford Coppola gira invece “Apocalypse Now” (1979), il kolossal sul Vietnam per il quale Coppola gli lascia mano libera nel disegnare l’immagine del film: le nebbie, i rossi e gli arancioni della giungla diventano un marchio visivo entrato nell’immaginario collettivo.
I tre Oscar arrivano proprio da queste collaborazioni: per “Apocalypse Now”, per “Reds” (1981) di Warren Beatty e per “L’ultimo imperatore” di Bertolucci. A questi si aggiungono la candidatura per “Dick Tracy” (1990) e un Emmy per la miniserie “Dune” (2000). Storaro è membro dell’American Society of Cinematographers e dell’Associazione Italiana Autori della Fotografia Cinematografica.
La filosofia della luce: scrivere con la luce
Il contributo meno raccontato di Storaro — ed è il punto che distingue un semplice elenco di premi da una vera biografia — è la sua teoria della luce. Per Storaro, che nei suoi scritti parla di “scrivere con la luce”, la luce non illumina soltanto la scena: ne definisce il significato emotivo, il ritmo e la psicologia dei personaggi. Il colore, in particolare, è per lui un linguaggio: ogni tonalità porta con sé un valore simbolico e un’emozione, e la scelta di una luce calda o fredda, di un rosso o di un blu, è una decisione narrativa quanto la scelta di una battuta di dialogo.
È questa idea — il direttore della fotografia come autore dell’immagine, non come esecutore tecnico del regista — a fare di Storaro un punto di riferimento per intere generazioni di cineasti. Non a caso Woody Allen, con cui ha lavorato in età matura (tra gli altri “Café Society” e “Un giorno di pioggia a New York”), ha detto di lui che non solo il suo lavoro è superiore, ma che conferisce al film “immediato prestigio e importanza”. Negli ultimi anni Storaro ha continuato a lavorare con registi di generazioni diverse, restando attivo fino al 2023.
Vita privata: ciò che è stato confermato
Storaro ha sempre tenuto la vita privata lontana dalla cronaca: la sua figura pubblica coincide con il lavoro sul set e con la riflessione teorica sulla luce. Non esistono informazioni pubbliche affidabili su relazioni o vicende familiari da riportare, e non è opportuno colmare il silenzio con indiscrezioni. Quello che conta, per il pubblico, è il lascito artistico: un cinema in cui la luce è diventata protagonista.
Domande frequenti
Quanti Oscar ha vinto Vittorio Storaro?
Tre, per la migliore fotografia: “Apocalypse Now” (1979), “Reds” (1981) e “L’ultimo imperatore” (1987).
Chi è stato il regista più importante per Vittorio Storaro?
Bernardo Bertolucci: insieme hanno girato “Il conformista”, “Ultimo tango a Parigi”, “Novecento” e “L’ultimo imperatore”, tra gli altri.
Che cos’è la teoria della luce di Storaro?
È l’idea che la luce e il colore siano un linguaggio narrativo: la fotografia non serve solo a rendere visibile la scena, ma a definirne emozione e significato. Storaro la riassume nell’espressione “scrivere con la luce”.
Vittorio Storaro ha lavorato con Woody Allen?
Sì, in età matura ha collaborato con Woody Allen, tra gli altri per “Café Society” e “Un giorno di pioggia a New York”.